La rana che russa

L'anfibio fra due mondi: lo stagno degli scienziati e la terra dei curiosi

Canzoni di Natale e scienziati cattivi

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Ovvero commenti pepati su Rosetta e la poesia

Mi ero ripromessa di non avere prese di posizione, nei miei articoli, ma, per una volta, concedetemelo. Ci sono momenti in cui, nonostante la tesi e le consegne da rispettare, ti scappano le mani sulla tastiera e non puoi proprio fare a meno di metterti a scrivere. Quando è troppo, è troppo.

Mi è sempre piaciuta la canzone “Let it snow”: parla di neve e già questo dovrebbe bastare. Ma richiama alla mente il fuoco scoppiettante acceso nel camino, i morbidi maglioni di lana sferruzzati dalla nonna, la cioccolata calda (con panna magari), l’albero di Natale con tutte le sue luci, il presepe, vero tripudio di muschio e casette, le vacanze passate con le persone più care…

Vi chiederete cosa c’entri “Let it snow”: eh, appunto. È stata scelta come colonna sonora per un servizio di scienza: ma andiamo per ordine.

Dobbiamo tornare indietro al 1985: l’ESA (Agenzia Spaziale Europea: è l’equivalente “nostrano” della NASA) propone una missione ambiziosa. Molto ambiziosa. Un viaggio andata/ritorno verso una cometa, per prelevare dei campioni. Nel 1993, però, il gruppo di lavoro addetto al progetto stabilì che sarebbe stato troppo costoso per il bilancio dell’Agenzia riportare a Terra i frammenti di cometa: sarebbero stati studiati sul posto. Purtroppo su queste tratte non sono ancora attivi sconti per biglietti A/R… Ma poco male, la missione venne riprogettata, la navicella con la strumentazione, detta sonda spaziale, costruita e il lancio fissato per il 12 gennaio 2003. Destinazione: la cometa 46P/Wirtanen, da raggiungere nel 2011.

Sfortunatamente, però, le cose non sempre vanno come programmato: il lancio con il razzo “Ariane 5”, che avrebbe dovuto dare “un passaggio” alla sonda fino a portarla a orbitare intorno al Sole, fallisce. La partenza andrà in porto il 2 marzo 2004: e noi ci lamentiamo dei treni! A quel punto, però, fu necessario cambiare obiettivo: non più la cometa 46P/Wirtanen, ormai andata per la sua strada, ma l’impronunciabile 67P/Churyumov-Gerasimenko (la numerazione è legata all’ordine in cui vengono scoperte, la P indica che si tratta di una cometa periodica, ovvero che tornerà a farci visita prima che siano passati 200 anni, i nomi…sono di chi l’ha avvistata). Atterraggio, o meglio, “accometaggio” previsto: nel novembre 2014. La sonda sfrutta l’attrazione gravitazionale dei pianeti a cui passa vicino, per muoversi e portarsi, infine, a ruotare intorno al suo obiettivo: lì sgancerà un lander, una navicella spaziale più piccola, che con parte della strumentazione scenderà sul corpo celeste.

A sinistra: il razzo dell’ESA Ariane 5 durante il lancio numero 158, il 2 marzo 2004. (Cortesia: ESA) A destra: l'atterraggio di Philae sulla cometa, immagine tratta da un'animazione. (Cortesia: ESA/ATG medialab)

A sinistra: il razzo dell’ESA Ariane 5 durante il lancio numero 158, il 2 marzo 2004. (Cortesia: ESA)
A destra: l’atterraggio di Philae sulla cometa, immagine tratta da un’animazione. (Cortesia: ESA/ATG medialab)

Dieci anni. 10. Riuscite a immaginare cosa significhi lavorare a un progetto i cui risultati si vedranno solo dopo dieci anni? È un po’ come se, dopo la nascita di vostro figlio, poteste vederlo solo in prima media. Avete impegni per il luglio del 2024? Fissiamo un appuntamento. Ora. Ne sareste capaci? Nel 2003, David Southwood, allora responsabile per l’esplorazione robotica dell’ESA, parlando degli scienziati, degli ingegneri e di tutto il team che seguiva la missione, dirà: “Se uno dovesse rimanere impantanato da qualche parte, questi sarebbero i ragazzi con cui essere. Hanno lo spirito pionieristico e la passione degni degli esploratori spaziali”.

Il viaggio completo di 12 anni di Rosetta. (Cortesia: ESA)

Seguendo il percorso della sonda, ci si potrebbe chiedere il perché di tanti giri intorno al Sole: perché fare tanta strada? Non sarebbe stato meglio mandare un razzo direttamente verso la cometa? In realtà, purtroppo, non esistono razzi in grado di trasportare tre tonnellate di strumentazione fin là: l’unico modo era quello di “giocare a biliardo” con la navicella allargando e stringendo la sua orbita intorno al Sole grazie ai passaggi vicino alla Terra e a Marte, e aspettare che, giro dopo giro, arrivasse al posto giusto nel momento giusto.

Molto curiosa e significativa è stata la scelta dei nomi: la sonda, il lander e il luogo d’atterraggio dovevano pur essere battezzati. Per la sonda si è scelto il nome “Rosetta”: non un vezzeggiativo affettuoso per la donna amata, ma un richiamo alla stele di Rosetta, chiave che ha permesso di interpretare i geroglifici egizi. Una sorta di dizionario per tradurre.
Il lander “risulta all’anagrafe” come Philae, nome dell’isola egizia sul Nilo i cui obelischi del tempio di Iside hanno permesso di completare la traduzione dei geroglifici iniziata con la stele: sarà infatti il “fratello” più piccolo a scendere sulla cometa, mentre la “sorellona” Rosetta continuerà a orbitare intorno al corpo celeste.
Il luogo di atterraggio è stato battezzato Agilkia, altra isola del Nilo dove venne spostato il tempio, a causa dell’allagamento dovuto alla costruzione della diga di Assuan.
Il motivo della scelta si comprende quando si cerca di sciogliere l’interrogativo “perché dovremmo cercare di andare su una cometa?”: come la stele di Rosetta ha permesso di conoscere la storia di un’antica civiltà, così gli strumenti sulla navicella ci forniranno il “vocabolario” per interpretare i misteri dei più antichi “abitanti” del Sistema Solare. Le comete sono uno sguardo verso un’epoca che risale a 4600 milioni di anni fa, quando i pianeti non esistevano ancora e il Sole era circondato da sciami di asteroidi e comete. Come studiamo i dinosauri sulla Terra, è importante l’analisi di corpi così antichi nell’universo. Addirittura fondamentale, se desideriamo capire da dove proviene la vita, da dove veniamo noi stessi.

Questo fa forse perdere “magia” ai corpi celesti che osserviamo nei cieli? Richard Feynman, uno tra i più grandi fisici e divulgatori moderni, scrisse: “I poeti dicono che la scienza rovina la bellezza delle stelle, riducendole solo ad ammassi di atomi di gas. Solo? Anch’io mi commuovo a vedere le stelle di notte nel deserto, ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli sfida la mia immaginazione; attaccato a questa piccola giostra il mio occhio riesce a cogliere luce vecchia di un milione di anni. Vedo un grande schema, di cui sono parte, e forse la mia sostanza è stata eruttata da qualche stella dimenticata, come una, ora, sta esplodendo lassù. […] Qual è lo schema, quale il significato, il perché? Saperne qualcosa non distrugge il mistero, perché la realtà è tanto più meravigliosa di quanto potesse immaginare nessun artista del passato! Perché i poeti di oggi non ne parlano? Che uomini sono mai i poeti, che riescono a parlare di Giove pensandolo simile a un uomo, ma se è un’immensa sfera di metano e ammoniaca ammutoliscono?”. La scienza ci fa conoscere di più su quello che ci circonda, ma questo significa davvero rovinarne la bellezza? Conosciamo il corpo umano e studiamo medicina, ma mi pare che siamo in grado in ogni caso di apprezzare il fascino di modelli e modelle…

A sinistra: la cometa destinazione di Rosetta ripresa l'11 Agosto 2014 da un telescopio di grandi dimensioni da un osservatorio in Cile. (Cortesia: C. Snodgrass/ESO/ESA) A destra: spettacolari monti e valli polverose sulla superficie della cometa riprese dalla sonda Rosetta. (Cortesia: ESA)

A sinistra: la cometa destinazione di Rosetta ripresa l’11 Agosto 2014 da un telescopio di grandi dimensioni da un osservatorio in Cile. (Cortesia: C. Snodgrass/ESO/ESA)
A destra: spettacolari monti e valli polverose sulla superficie della cometa riprese dalla sonda Rosetta. (Cortesia: ESA)

So che alcuni non sono ancora convinti: vale la pena di spendere tutti questi soldi per scoprire da dove viene la vita quando così tante persone sul nostro pianeta la stanno perdendo? Ci sono scoperte delle quali non siamo in grado di individuare immediatamente l’utilità. Un giorno del 1850, William Gladstone, in visita al laboratorio di Michael Faraday (pioniere dell’elettricità e del magnetismo), gli chiese, da buon Ministro delle Finanze della regina Vittoria qual era: “Interessante, ma qual è il suo uso pratico?”. Faraday gli rispose con grande onestà e un pizzico di lungimiranza: “Al momento non saprei, sir, ma è assai probabile che in futuro ci metterete una tassa sopra!”. Riuscireste a figurarvi la vostra vita, oggi, senza elettricità? Dagli studi sulle lenti, in Ottica, avremmo potuto immaginare di arrivare al microscopio, e da lì alla scoperta e allo studio di malattie che affliggono il genere umano?
E poi, diciamocelo: quanto ci costa davvero questa missione?

Rosetta, quanto ci costi? Poco, in realtà. (Cortesia: scienceogram.org)

Rosetta, quanto ci costi? Poco, in realtà. (Cortesia: scienceogram.org)

Bene. Ora che conoscete tutta la storia, questo è l’oggetto del contendere:

 

Per ricapitolare, si va dallo sdegno per aver “violato” uno dei simboli della Natività, per aver fatto perdere l’aura magica a quello che ora sappiamo essere solo un sasso (esattamente, di cosa credevano fosse fatta una cometa? Porporina o lucine di Natale?), grazie a una missione di cui non sapeva quasi nessuno (niente missioni segrete, tranquilli: l’ESA ha comunicato regolarmente i risultati, rendendo disponibili foto e video per la divulgazione…il problema al massimo è del giornalista, che non ne era a conoscenza), alla vergogna per il fatto che il trapano per le perforazioni del sasso polveroso sia un prodotto delle menti e degli studi italiani, alla nostalgia per il mistero terribile, malefico dell’asteroide di Armageddon, all’idea che gli scienziati siano quasi gli unici a eccitarsi, fino all’indignazione per lo sperpero di denaro (sul fatto che siano più di 100 milioni di euro siamo d’accordo, ma i milioni sono 1400: se devi fare una critica, almeno falla bene).

Ragionando così, saremmo ancora nelle caverne, (s)vestiti di pelli, mentre mangiamo bacche o carne cruda. O, al massimo, nel Medioevo, con le sue superstizioni e le sue cacce alle streghe. Come dire che, invece di essere nani sulle spalle di giganti, avessimo deciso di scendere e nascondere la testa sotto la sabbia.

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Autore: Giulia Negri

Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.

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