La rana che russa

L'anfibio fra due mondi: lo stagno degli scienziati e la terra dei curiosi

La morte che ti rende immortale: la storia di Henrietta Lacks

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Mi chiamo Loretta Pleasant, e… sono morta. Eppure sono in quasi tutti i vostri laboratori, viva e vegeta. Almeno, una parte di me. Quella cattiva.

Ma forse è meglio che incominci dal principio.

Mi chiamo Loretta Pleasant, ma, chissà come mai, tutti hanno iniziato a chiamarmi Henrietta. Sono nata il 1 agosto 1920 nella casa dei miei genitori, in Virginia, vicino a un deposito ferroviario. Mentre faceva nascere il mio decimo fratellino, mia madre, Eliza, morì. Mio padre non aveva pazienza con noi, così, dopo la morte della mamma, ci portò a Clover e ci divise tra i vari parenti. Sono cresciuta con mio nonno, Tommy Lacks, insieme a mio cugino Day. Ci alzavamo alle 4, mungevamo le mucche, davamo da mangiare a tutti gli animali, badavamo all’orto e poi raggiungevamo gli altri cugini nelle piantagioni di tabacco. Day è arrivato alla quarta elementare, io in prima media. Quando avevo quattordici anni abbiamo avuto il nostro primo figlio, Lawrence. Elsie è nata quattro anni dopo. Povera piccola Elsie… quando è nato il mio ultimo figlio, Joe, avevo 29 anni, già non stavo bene, ci eravamo trasferiti a Turner Station, io… l’ho dovuta portare all’ospedale dei negri matti! Pensavo fosse così perché aveva battuto la testa nascendo, invece i dottori avevano tirato fuori parole difficili, come epilessia e neurosifilide.

Il 29 gennaio 1951 sono andata a farmi visitare, per il nodo alla pancia che sentivo da prima della nascita di Joe: stavo perdendo sangue e non erano i miei giorni. L’ospedale, il John Hopkin, era nella zona orientale di Baltimora, a 30 chilometri da dove vivevamo. La scelta era stata obbligata: era l’unico grande centro nel raggio di molti chilometri che accettasse pazienti neri. C’era tutto doppio: reparti per i bianchi e reparti per i colored, sale d’attesa, sale per le visite, fontanelle dell’acqua, sangue che veniva prelevato… tutto diviso. Allora non lo sapevo, ma il ginecologo che mi visitò e che vide la massa che già avevo sentito io, insieme al suo capo TeLinde, non si faceva scrupolo a utilizzare i suoi pazienti per le ricerche, spesso senza informarli: pensavano che chi veniva curato gratis dovesse in qualche modo ripagare l’ospedale. Facevamo da cavie. Per la gente di colore, all’epoca, essere curati era già un successo.

Dopo aver ricevuto i risultati della biopsia, il dottor Jones mi chiamò per dirmi che il tumore era maligno. Continuai a fare la solita vita come se niente fosse successo.  Cosa avrei potuto fare? Perché far preoccupare gli altri per una faccenda che ero in grado di affrontare da sola? Il giorno dopo andai in ospedale, mi fecero firmare un foglio dove c’era scritto:

«Consenso a operare»:

Con la presente autorizzo il personale medico del Johns Hopkins Hospital a effettuare ogni forma di procedura chirurgica, con l’ausilio di anestesia locale o totale, che sia ritenuta in coscienza necessaria per la cura del/della paziente:______________________________

Mi fecero più esami di quanti ne avessi mai fatti in vita mia! Poi mi fecero una terapia radioattiva, con il radio, e, senza dirmi nulla, mi asportarono del tessuto tumorale e del tessuto sano da mandare in laboratorio. È in quel momento che sono diventata immortale. Sono diventata HeLa. HeLa. Prime due lettere del nome e del cognome del “donatore”. Una sigla su cui fare esperimenti.

In un primo momento, sembrava che la terapia stesse funzionando. Stavo meglio. Chiesi anche ai medici dopo quanto tempo avrei potuto avere altri bambini. Si guardarono tra loro, in silenzio. Nessuno mi aveva detto che i trattamenti a cui ero sottoposta mi avevano resa sterile. Maledetti dottori! Se lo avessi saputo, non avrei continuato quelle cure. Per i benefici che ne ho avuto…

Le cellule cattive, quelle del tumore, non crescevano affamate solo in laboratorio, ma anche dentro di me. Nonostante la terapia, ricominciai a stare male. Si moltiplicavano venti volte più velocemente delle cellule sane, erano praticamente inarrestabili. C’è dell’amara ironia nel fatto che gli scienziati, entusiasti, fossero riusciti per la prima volta a coltivare in laboratorio delle cellule umane immortali, ma non siano riusciti a salvarmi.

Io ero alta un metro e mezzo… ma il peso complessivo delle mie cellule, ora, supera i cinquanta milioni di tonnellate! Mettendo in fila tutte le HeLa mai esistite si avrebbe un nastro lungo quasi tre volte la circonferenza terrestre. Nei laboratori del mondo, ci sono molte più cellule mie di quante ne contenesse il mio corpo da viva. Non riesco nemmeno a immaginarlo. Tante piccole Henriette… Una parte di me è stata spedita nello spazio per scoprire gli effetti dell’assenza di gravità sui tessuti umani. Le mie cellule sono servite a compiere scoperte mediche tra le più importanti della storia, come il vaccino contro la polio, la chemioterapia, la clonazione, la mappatura genetica, la fecondazione in vitro. È straordinario pensare alle grandi cose che ho fatto per le altre persone, immaginare che tutto il dolore e tutte le sofferenze che ho provato siano servite a fare del bene, però… la mia famiglia non può permettersi le cure mediche, mentre chi produce e vende le mie cellule ha fatto miliardi. Nessuno ha detto alla mia famiglia, a mio marito, ai miei cinque figli, che la loro mamma continuava a crescere e proliferare nei laboratori.

Le mie cellule sono vissute più a lungo del mio ricordo. Per gli scienziati ero soltanto HeLa. Oppure Helen Lane. Secondo qualcuno era morta negli anni Trenta, per altri nei Quaranta, Cinquanta o addirittura Sessanta. Chi diceva fossi stata colpita da un tumore alle ovaie, chi al seno, chi alla cervice uterina. Hanno detto a mio marito, per avere l’autorizzazione a farmi l’autopsia, che sarebbe servito per il bene dei suoi figli. Dei nostri figli. Figli che non ho visto crescere. Figli che hanno saputo venticinque anni dopo la mia morte che una parte di me era ancora viva. Figli ai quali sono state fatte altre analisi e prelievi del sangue, senza spiegare loro nulla! Erano convinti che si trattasse di test per controllare che non avessero lo stesso cancro che aveva ucciso me. Deborah, la mia piccolina, ha vissuto con questa angoscia per tanti anni! Quando chiedeva di me, le veniva risposto “si chiamava Henrietta Lacks ed è morta quando eri troppo giovane per ricordartela”. I dottori non le hanno mai raccontato, mai spiegato… fino a quando Miss Rebecca ha unito la sua testardaggine a quella di mia figlia.

C’erano più regole per la protezione degli animali di laboratorio, che per noi persone. Ma anche noi abbiamo diritto al rispetto.

Anche se non abbiamo studiato.

Anche se abbiamo la pelle nera.

Questa è la mia storia. Questo è quello che Miss Rebecca Skloot ha dovuto affrontare per conoscerla e poterla raccontare. Le mie cellule, tra i biologi e nei laboratori, sono conosciute da chiunque, mentre la loro provenienza, prima di questo libro, era praticamente sconosciuta. Mantenete in vita il mio ricordo.

Grazie,

Henrietta

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Autore: Giulia Negri

Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.

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