La rana che russa

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L’intelligenza artificiale che scrive romanzi di fantascienza

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Leggendo un libro, capita spesso di farsi domande su chi l’ha scritto. Quanto sono autobiografiche le emozioni e le vicende che ha raccontato? Perché ha scelto un certo finale? Dove si trovava mentre digitava queste parole? Che cosa ha studiato? Cosa lo ha spinto a scrivere questo libro? Ce ne sarà un altro? E tante altre cose, che vanno dalla pura curiosità alla morbosa invadenza.
Leggendo ci si convince di conoscere almeno una parte della persona che, in quel momento, ci sta accompagnando nel nostro viaggio in treno, ci sta tenendo inchiodati al divano, o svegli in scomode posizioni nel nostro letto. Potrebbe quindi stupire che i giudici di un premio letterario giapponese, il Nikkei Hoshi Shinichi (in onore dello scrittore di fantascienza Hoshi Shinichi), non abbiano capito che uno dei romanzi da loro selezionati per passare alla fase successiva non fosse stato scritto da un essere umano. Questo premio, infatti, è aperto a tutti, umani e non: intelligenze artificiali (IA) comprese. I testi vengono presentati ai giudici in forma anonima, in modo che il loro parere non sia influenzato dall’identità di chi scrive. Così, “Il giorno in cui un computer scrive un romanzo” (“Konpyuta ga shosetsu wo kaku hi”), prodotto di una collaborazione uomo-IA, è stato in grado di passare la selezione, anche se non di vincere il premio.

intelligenza artificiale

Il Nikkei Hoshi Shinichi è alla sua terza edizione, ma questo è il primo anno in cui sono stati presentati romanzi a realizzazione mista: in tutto sono stati 11 su 1450 gli scritti di non totale paternità umana. Hitoshi Matsubara, professore presso l’Università del Futuro di Hakodate e a capo della squadra che ha creato il programma-scrittore, ha ammesso che il coinvolgimento dei cervelli è stato ancora di molto superiore a quello dei circuiti di silicio. Ma ha progetti ambiziosi: “I programmi di intelligenza artificiale sono stati spesso usati per risolvere problemi che hanno risposte, ma in futuro vorrei espandere il loro potenziale, in modo che riescano a imitare la creatività umana”.

Il libro, infatti, non è stato interamente pensato e prodotto da un software: alcuni parametri sono stati decisi e introdotti dall’uomo, come la trama e i personaggi. A quel punto, era il computer a fare il lavoro “pesante”, scegliendo e rimescolando parole e frasi che gli erano state fornite da chi lo aveva programmato. Una rielaborazione ben riuscita, se i giudici non hanno capito che era stata compiuta da bit e non da neuroni. Questo libro è stato il primo a superare un test di Turing “letterario”, o, come lo definiva il padre dell’informatica, il Gioco dell’imitazione. Era una specie di esame per determinare se un computer fosse in grado di pensare: se, dopo un colloquio fatto di domande e risposte scritte, l’intervistatore avesse scambiato il software per una persona, allora si trattava di una macchina intelligente. In questo caso, abbiamo un testo e delle persone che non hanno capito che era stato scritto da un programma. Ma, forse, sarebbe più corretto dire che l’IA è stata in grado di imitare l’uomo, più che di ideare qualcosa di creativo per conto proprio.

“Il giorno in cui un computer ha scritto un romanzo. Il computer, dando la priorità alla ricerca della propria gioia, smise di lavorare per gli esseri umani.”

Queste sono le ultime frasi del romanzo “incriminato”. Provando a mettersi nei panni dei giudici, non era semplice capire la natura dell’autore, e, in mezzo a tanti altri libri, poteva sfuggirne la natura profondamente originale…

Quanto è lontano il momento in cui leggeremo romanzi di scrittura mista senza accorgercene?

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Autore: giuliavnegri

Laureata in fisica, grande amante degli animali e lettrice compulsiva, sta cercando di abbandonare le formule per dilettarsi con le parole: da gran chiacchierona qual è, le risultano certo più congeniali. Al suo primo blog dedicato alla divulgazione scientifica, è alla ricerca di modi efficaci e congeniali per rendere la scienza un "piatto" per tutti.

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