La rana che russa

L'anfibio fra due mondi: lo stagno degli scienziati e la terra dei curiosi

Arenarsi sulle scorie radioattive

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Quest’ultima lettura è incentrata su uno dei temi per me più controversi, sia esternamente che internamente. Esternamente perché, a intervalli più o meno regolari, torna a infiammare il dibattito politico e scientifico. Internamente perché io stessa ho cambiato più volte posizione sul tema “energia nucleare”. Fino al liceo ho sempre avuto la fobia per la radioattività, quel qualcosa che, pur non potendo essere visto, udito, annusato o toccato è in grado di nuocere in modo drammaticamente letale, in tempi brevi o lunghi. Una lezione, prima di iscrivermi a fisica, mi fece conoscere gli impieghi dell’atomo in medicina, smorzandone l’aura di malvagità, e chiarì i meccanismi della pericolosità di quanto esiste al mondo di radioattivo, dissipando in parte il mistero. Durante gli studi universitari, con corsi sui reattori e sull’uso delle radiazioni a scopo diagnostico e terapeutico, sono sempre stata una nuclearista convinta. Alcune discussioni durante il master in comunicazione della scienza, però, mi hanno spinta a documentarmi di più sull’incidente di Chernobyl con questo libro. E lì le carte si sono rimescolate parecchio. Leggere cosa succede quando l’infallibile centrale nucleare fallisce ti pone inevitabilmente degli interrogativi e nuovi spunti di riflessione. Tutto questo discorso per dire che, insomma, sull’argomento sono abbastanza ferrata, eppure sono sempre stata disposta a mettere in discussione le mie conoscenze di fronte ad aspetti di cui non ero al corrente o che non avevo considerato. scorie radioattive

Lungi dal partire prevenuta, perciò, mi sono dedicata a questa lettura, senza badare ai toni vagamente catastrofisti della copertina. Un’Italia nera in prospettiva, da cui si leva minaccioso un fungo atomico ugualmente nero, con, sullo sfondo, il simbolo del pericolo di radiazioni. Devo dire che, fino circa a metà, sono stata premiata: il libro è risultato interessante, svelando retroscena che ignoravo completamente. L’idea degli autori, peraltro molto chiara, non emergeva in maniera troppo prepotente, quindi si è trattato di pagine che mi hanno arricchita.

Però… C’è un però. Anzi, due. La parte delle interviste, purtroppo, riesce a essere stimolante solo fino a un certo punto, perché queste ultime risultano poco “cucinate” da chi scrive. Ogni giornalista sa che è necessario intervenire sui discorsi degli intervistati, perché spesso risultano ripetitivi, poco accattivanti e anche poco sintetici, quando trasferiti sulla carta. Questa pesantezza viene rimarcata dal tono sempre più giudicante e schierato degli autori, che finisce per vanificare la loro opera di proselitismo. Un testo scritto in questo modo troverà con naturalezza il favore di chi è già convinto di queste tesi, ma provocherà fastidio e rifiuto in chi è più dubbioso o la pensa in altro modo. Credo sia un peccato, perché molte informazioni e molti pensieri varrebbero la pena di essere letti, ma il tono e la ripetitività dell’ultima parte fanno sudare ogni singola pagina.

Un libro per chi è convinto che l’energia nucleare non abbia alcun possibile lato positivo, oppure se siete molto motivati. In caso contrario, meglio approfondire le ricerche e orientarsi su qualcosa di diverso (cosa che anch’io farò), oppure prendere ciò che di buono questo libro ha da offrire e saltare quello che annoia o irrita troppo. In fondo, saltare le pagine è il secondo de “I diritti imprescrittibili del lettore” di Daniel Pennac

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Autore: Giulia Negri

Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.

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