La rana che russa

L'anfibio fra due mondi: lo stagno degli scienziati e la terra dei curiosi


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Arenarsi sulle scorie radioattive

Quest’ultima lettura è incentrata su uno dei temi per me più controversi, sia esternamente che internamente. Esternamente perché, a intervalli più o meno regolari, torna a infiammare il dibattito politico e scientifico. Internamente perché io stessa ho cambiato più volte posizione sul tema “energia nucleare”. Fino al liceo ho sempre avuto la fobia per la radioattività, quel qualcosa che, pur non potendo essere visto, udito, annusato o toccato è in grado di nuocere in modo drammaticamente letale, in tempi brevi o lunghi. Una lezione, prima di iscrivermi a fisica, mi fece conoscere gli impieghi dell’atomo in medicina, smorzandone l’aura di malvagità, e chiarì i meccanismi della pericolosità di quanto esiste al mondo di radioattivo, dissipando in parte il mistero. Durante gli studi universitari, con corsi sui reattori e sull’uso delle radiazioni a scopo diagnostico e terapeutico, sono sempre stata una nuclearista convinta. Alcune discussioni durante il master in comunicazione della scienza, però, mi hanno spinta a documentarmi di più sull’incidente di Chernobyl con questo libro. E lì le carte si sono rimescolate parecchio. Leggere cosa succede quando l’infallibile centrale nucleare fallisce ti pone inevitabilmente degli interrogativi e nuovi spunti di riflessione. Tutto questo discorso per dire che, insomma, sull’argomento sono abbastanza ferrata, eppure sono sempre stata disposta a mettere in discussione le mie conoscenze di fronte ad aspetti di cui non ero al corrente o che non avevo considerato. scorie radioattive

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